Come da titolo, una stagione nuova da vivere, con leggerezza possibilmente. L'estate è, senza dubbio, la stagione preferita di molte persone. Le giornate si allungano tantissimo e il sole rimane alto nel cielo anche alle sette di sera, regalando a chi è in vacanza la possibilità di vivere alcuni momenti magici. La natura è al culmine della sua bellezza: tutto intorno a noi è luminoso e splendente, pieno di vita e di gioia. Insomma, non ci sono parole per descrivere l'estate. Ed io allora ho chiesto a Benedetta de Vito di scrivere da par suo un racconto, come sa fare lei. C'è la romanità dei luoghi e la freschezza dei ricordi.
Buona lettura!

Me ne tornavo, un passetto via l’altro, lungo il cerchio di strade che fa da giro intorno a Santa Maria Maggiore, quando, giunta alla viuzza che conduce alla stupenda basilica di Santa Prassede, mi sfiora il volto una bottiglietta d’acqua ricolma e lanciata con vigore giovanile. Shummm, un vorticino d’aria che ha parola, e poi patapàm, giù sul selciato, in schianto. No, non credo sarebbe stato un bel vivere se fossi passata un decimo di secondo più tardi… Seccata, raccolgo l’ordigno e usando un compasso immaginario mi guardo intorno, trasformata in corvo, ma un sorriso mi esplode nello sguardo quando m’accorgo – ma come ho fatto a non ricordarmelo? – che anche i liceali del Newton stanno festeggiando il loro ultimo giorno di scuola! E’ cominciata l’estate!

Sicché, nel ringraziare tra me e me la Provvidenza che mi salva, grido al ragazzo che, per non farsi riconoscere, si é acquattato dietro una macchina, e ride a garganella (una catenella, come acqua di un nasone col singhiozzo) di venir pure fuori, che non andrò dai carabinieri, che sono stata, un tempo, tanto tempo fa, anche io una liceale e che anche noi festeggiavamo in ilarità e allegria l’ultimo giorno di scuola e la lunga estate. Certo, aggiungo, non nego che voialtri siate dei gran maleducati e che, se potessi, vi sculaccerei, tuttavia vi perdono e riprendetevi la bottiglietta che, con questi calori, può esser utile. Trattenendo il riso con la mano destra a coppa sulla bocca il colpevole emerge dal suo nascondiglio: “Scusi – mi fa – non volevo colpire lei, ma quello là!”, e indica un compagno che piegato in due dal ridere sta, tuttavia, corteggiando una compagna e mi pare con successo…

“Oh ma infine, povero sciocco che sei, non hai colpito nessuno e mi sa che il tuo compagno farà la sua conquista”, e, dopo aver augurato una felice estate a lui e agli altri due monelli, via in passo sicuro verso la via Paolina con il suo bel nome gentile da madamina e che, in realtà, è dedicata ai Papi che si chiamano Paolo. E mentre sulla sinistra scorre l’antico monastero di San Filippo Neri, color corallo, con le sue belle fiaccole accese che salgono in dardo al cielo, e sulla sinistra la vecchia scuola che è stata di mio figlio, penso che, da ragazza, la scuola mi piaceva e che, quando finiva, ero un poco triste perché avrei dovuto restare sempre a casa e a casa mia vigeva la legge dei gemelli, che erano i fratelli maggiori, e che facevano, come si suol dire, il bello e il cattivo tempo con buonapace dei miei genitori.

Sì, ma durava poco, per fortuna, perché i gemelli partivano presto per le loro mete e a me restava la casa vuota e lunghe ore libere da riempire di pagine di libri. E mentre attraverso sulle strisce l’ampia Via Cavour mi vengono incontro, piroettando e in danza, le amiche mie immaginarie: tutte le protagoniste delle mie letture estive di quando ero piccolina. Estate era per me sinonimo di libri e ore e ore, tutte mie, con loro a tu per tu.

Oh che meraviglia! Ecco Elisa, con il suo vestitino celeste e la fascia tra i capelli, che salva i suoi fratelli trasformati in cigni selvatici. Oh, ma dai, quella è Polly, la ragazza fuori moda che fece innamorare il più bello della scuola, e quella bionda e sorridente, laggiù che gioca con il cerchio certo, è la mia Marigold. Ballando, mi vengono incontro e io, in sorriso, ed estatica, cammino nella mia rinata estate, quando, d’un tratto, sento una frenata, un grido e anche una parolaccia al mio indirizzo perché declinata al femminile. “Ma che stà affà, sta matta!”.

E io, vedendo il mio piede a un millimetro dalla sua ruota esplodo: “Oh Signore!”. In quel momento sento una mano sulla spalla ed è il ragazzo della bottiglietta, quello di poco fa, e me la sta porgendo, senza tappo, e gentile: “Ne vuole un poco?”. Mi sa di sì.

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