di Benedetta de Vito

Correva, davanti alla finestra della mia camera di bambina una striscia di terrazzo in cotto rosso, che cingeva, abbracciandolo, tutto il contorno della casa. A difenderlo dal vuoto sottostante, c’era un muretto sormontato da una ringhiera di ferro battuto, color grigio perla, che, nel mese di maggio, fioriva di rose dai petali succosi, grandi le foglie mosse dal vento, e spinosi i rami che, contorcendosi, giocavano a nascondino tra gli intarsi, percorsi a volte da file di formichine nere. Mentre studiavo al tavolino, le rose si divertivano a farmi visita con il loro dolce alito odoroso che poi, donna fatta, ho cercato di ritrovare nelle boccette preziose delle profumerie. Ma invano. Mie le rose rosa, gialle, arancio, screziate e mio il volo pazzo delle cantilene smeraldine che parevano bearsi del sole.

Era il profumo del mio maggio bambino, che si accendeva poi di inconsapevole devozione per l’Immacolatella, più tardi a scuola, nel Rosario mariano quotidiano che, durante il mese di maggio, le sister rendevano più solenne, aggiungendovi in coda le litanie lauretane, che mancavano nel resto dell’anno.

La cappella sonnecchiava in penombra, d’un tratto un raggio di sole, entrando da una finestrina, la trafiggeva, come dardo scagliato dal cielo. Cominciavano nell’”Ave Maria” le grandi del liceo, squillavamo di rimando nel “Santa Maria”, noialtre, più piccine. E così per cinque misteri in un allegro scampano di voci argentine a ritmo alternato, fino a quando, terminata la Santa Corona, passavamo al rito della genuflessione. Sister Francis Borgia, gran regista dell’ordine, una suora di zucchero dagli occhi di pepe, si metteva al lato dell’altare, con le nocche batteva sul banco più vicino. Toc, tutte giù, i baschi blu disegnavano un tappetino e svolazzavano trecce, code, ciocche di capelli… Toc, tutte sue e via di corsa al portone d’uscita.

Prima di correre su in classe, inghiottite dallo scalone di marmo che a chiocciola s’arrampicava fin su alle terrazze, affacciate sulle belle torri della Trinità dei Monti, era d’obbligo, per tutte – grandi e piccine – fare un inchinetto e lanciare un sorriso alla Madonnina, che, dall’alto del suo zoccolo di marmo sembrava guardarci con occhi di mamma nel benevolo parapiglia in cui si trasformava il nostro salire. Non più il beato ordine della liturgia in chiesa, ma uno sciamare disordinato, nel vociare di bimbe allegre, verdi e alcune, io per prima, ancora selvatiche.

Non sapevo, allora, tutto quello che so ora su Maria, ma il mio piccolo cuore era già pieno di Lei. Lei, quella gioiosa immagine di mamma, sul cui capo splendevano dodici lumini, e che recava tra le dita la Santa Corona. Che strano: ora che ci penso le sister non ci diedero mai in mano un Rosario e io non dovevo contare da me le “Ave Maria” perché la mia voce era quella di tutte le altre e si perdeva nel gregge. La Corona era dentro di me, non serviva. Ora invece di Rosari ne ho tanti, rosa, di perle, color viola mammola, e tantissimi ne recito spesso da sola, ma nessuno mai, lo so, ha avuto più il profumo di rosa del mio maggio bambino…

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