In questi giorni, nonostante la situazione dovuta alla variante del virus, pare di respirare lo spirito del Natale che è quel sentimento magico che compare in ognuno di noi durante il periodo delle feste. Si tratta, di un sentimento che ci spinge ad interagire maggiormente con gli altri ed infonde magicamente anche tra i meno praticanti quella voglia di religiosità. Insomma, potremmo definirlo semplicemente come una modalità capace di renderci migliori.

Anche questo 2021 passerà senz’altro alla storia, ma il Natale ha la capacità di donare a tutti momenti di spensieratezza e speranza di un anno migliore.

Questo Natale, presenta un’atmosfera diversa rispetto agli altri che abbiamo vissuto anni addietro e ciò che il mondo si augura è innanzitutto la salute.

Il Natale ha lo straordinario potere di donare positività in chi lo vive e la sola vista di immagini legate all’atmosfera natalizia ha il potere di rendere tutti più felici. Quest’anno, come l’anno scorso, dobbiamo ancora rispettare le regole che ci sono dettate per salvare la salute di tutti, ma anche i moderni mezzi di comunicazione hanno la loro utilità anche in questi momenti per una maggior vicinanza ai nostri cari.

Con questo, Storie di Territori formula i migliori Auguri per un sereno Natale e di Buone Feste. Qui di seguito una piccola storia di Natale:

Il Natale di una volta

di Benedetta de Vito

Quando il Natale era ancora Natale, il dies natalis di Gesù Bambino che scendeva dalle stelle per noi, e non la festa di luci e consumi di oggi, con le renne dal naso rosso e il Babbo della Coca cola, io ero una bambina piccola e ogni anno, con mamma papà e i fratelli, lasciavamo Roma per passare le feste natalizie a Pordenone dalla nonna Lisetta. E quindi, avanti, chiudete gli occhi, riavvolgete il nastro del tempo e sedetevi in macchina insieme a noi. Avanti, si parte. Con il sole ancora in camicia da notte e il cielo a sbadigliar il celestino dell’alba, pigiati, noi cinque, sul sedile di dietro della Peugeot color vinaccia di mio padre, tutta la famiglia partiva, ogni santissimo Natale, per San Giuliano, che è ancora oggi appena fuori Pordenone. Ci aspettava, che gioia, il casolare rosa cipria della nonna Lisetta, dove il pensiero si faceva poesia e le cose non erano più cose, per me, ma sogni, in quella placida e nebbiosa pianura friulana che respirava il suo tenero quotidiano nella brina invernale e nella mia anima bambina.

Il viaggio era lungo e cominciava sul grande raccordo anulare dove mio padre, alla guida col suo bel cappello in testa, sacramentava sempre per il traffico o perché mia madre aveva dimenticato di far timbrare i buoni benzina che, per noi piccoli, erano aramaico fritto, ma, per lui, roba serissima. Si imboccava poi l’autostrada del sole che correva, nel sole appunto, lungo tutto lo stivale. Giunti a Bologna, il cielo si incupiva, indossando il suo bel tabarro nero e, all’altezza del Pian del Voglio, mio padre, cascasse il mondo, minacciava di depositare i gemelli, sempre pronti a far birichinate, e forse anche noialtri, più piccolini. Da Ferrara in poi, a turarsi il naso per l’odore nauseabondo delle marcite (ma che cosa fossero, non lo sapevamo), mentre, la pece della notte diventava arlecchino nei colori delle lampadine natalizie che ingentilivano abeti e, in festa di ghirlanda, i balconi delle case. Per Marco e per me, un gioco nel contare questi e quelli, dando un punto all’albero e mezzo al festone natalizio.

Gli occhi, poi, si facevano pesanti e noi nel sonno finivamo il viaggio. Poi, in un fiat, ecco la macchina salire l’ingressetto di ghiaia di casa della nonna, schiacciando con le gomme i bianchi ciottoli di Pollicino, con un rumorino che dimenticare non posso mai. Ecco, scendete anche voi ed entrate come in una danza nella bella casa della nonna. L’odore, sì, di camino e di resina e di buono. In salotto, che fungeva anche da sala da pranzo, la nonna mi insegnava a ballare il valzer. “un, due, tre”. Un passo avanti, divaricati i piedi e poi chiudi. E piano piano, in un ballar di trottola, eravamo lei e io e Pippo, il cagnolino nero col pancino d’oro, che ricamava energia intorno con i suoi zompi da saltimbanco. Poi c’era il presepe, i canti. Gesù Bambino diventava “Israello” e per lui preparavamo uno spuntino di latte e noci che mangiava a Mezzanotte quando, affamato, scendeva “dai campi del ciel”, carico, non so come, dei nostri regalini. Sì, Babbo Natale non abitava a San Giuliano. Ecco, potete guardare la scena, noi radunati davanti al presepe e cantiamo “Tu scendi dalle stelle”, senza sapere che l’aveva scritta un santo napoletano grandissimo: Sant’Alfonso de’ Liguori. Cantate, cantate anche voi. Il cuore è al calduccio, le stelle lassù, il Signore scende dal cielo, ieri, oggi, domani e sempre: Buon Natale! E ora sapete perché, quest’anno, quando mia madre mi ha domandato che cosa volevo per il mio compleanno che è sempre in dicembre, se soldi o che, ho risposto, come Bella e la Bestia: “Solo un qualcosa che sia nato a San Giuliano…”

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