Il Giorno della Memoria è stato istituito come giornata commemorativa per tutte le vittime dell’Olocausto. Il giorno del 27 gennaio è stato scelto come data simbolica per indicare il definitivo tramonto del nazifascismo e della sua terribile “soluzione finale”. Il 27 gennaio 1945 è stato infatti il giorno in cui le forze dell’Armata Rossa sono entrate ad Auschwitz liberandone i prigionieri.

Ognuno di noi ha nel suo bagaglio culturale, nella sensibilità personale, conoscenze e sensazioni diverse di questo giorno e per quello che è il suo significato così profondo.

Quando ero bambina io il 27 gennaio era un giorno qualsiasi; di solito faceva freddo, si portavano guanti e cappello e si festeggiava Sant’Angela Merici. Dal 2005 in poi, come stabilito dall’Onu, è diventato il Giorno della Memoria, il giorno in cui si ricorda l’Olocausto del popolo ebraico e le manifestazioni per ricordare l’immane tragedia sono tantissime in tutta Italia.

Alla televisione, su tutte le reti, ci sono rievocazioni, documentari, film, interviste ai sopravvissuti, storie, testimonianze, cronache del tempo. Così io, lasciando ad altri ben più competenti di me il dovere di celebrare la memoria, me ne sto nel mio cantuccio e, sola soletta, tra me e me, medito sul mio personale giorno della memoria, nella piccolissima storia della mia vita, e se avrete il garbo di seguirmi, senza sbadigli, ve lo racconterò. Per me, a ben pensarci, la Shoah è racchiusa tutta quanta in un libro che mi fu regalato, tra bambina e ragazzina, dalla mia signorina inglese Sarah J.

Era il “Diario di Anna Frank” e in copertina c’era il viso innocente di Anna, dai capelli scuri, occhi brillanti e vivaci, che sembravano ridere al sole e alla luna.

Ricordo ancora oggi che, tutta cuore e Gesù, mi persi nelle paroline di Anna dedicate alla sua amica immaginaria Kitty. Pensavo, sbagliando, ad Anna come a un personaggio di un libro. Mi perdevo nella sua vita come in quella delle Piccole donne della Alcott o nel cuore acceso di Marigold, protagonista di uno dei capolavori di Maude Montgomery.

E, immersa tra sogno e realtà, nella scrittura che era, per la mia vita, un labirinto fatato dove rifugiarmi, non capivo, piccola com’ero, fino in fondo che la piccola Anna aveva davvero vissuto l’orrore: chiusa tra quattro mura, con la sua famiglia e altri ebrei, nascosti per sfuggire all’occupazione nazista, reclusa, morta in vita, alle quali si accedeva attraversando una porticina nascosta di un appartamento di Amsterdam.

Non capivo bene la sofferenza di quella prigionia casalinga, lo so, perché anche io, ancora in bozzolo, avrei voluto vivere in una noce, anche io stare al calduccio, senza dover andare a scuola, a tennis, a pianoforte, a trovare la zia Tankiù, a catechismo, ad atletica. La piccola vita claustrale, senza eventi, ma densa di emozioni, di Anna diventava anche mia. Il suo entusiasmo lo riconoscevo in me. Io pure chiacchieravo troppo, avevo una mamma distante, un padre-eroe, una sorella inarrivabile come Margot…

Certo, certo, ma io potevo uscire, saltare, correre, vivere, scappare via. Lei, Anna, no. Era prigioniera. E ricordo ancora adesso e per sempre, alla chiusa del libro, non scritta da lei, ma da qualcuno che ne raccontava il terribile epilogo, come il gelo mi penetrò nel cuore. Ricordo e per sempre il nome del campo di concentramento “Bergen-Belsen”, che suonava in me come il din-don di una campanella tragica, Bergen Belsen, fu ultimo destino di Anna. No, la storia di Anna non era come quella di Jo March e di Marigold Lesley e non somigliava punto all’allegro trascorrer di ore che era il mio quotidiano.

Fu il risveglio. Non era letteratura, non racconti fatati: la storia di Anna era vera e mi pungeva dentro per la sua assurdità, per l’ingiustizia, l’orrore. Passarono gli anni, lessi molti altri libri e le loro eroine mi parlarono al cuore: Anna, la protagonista di “Quando Hitler rubò il coniglio rosa” era viva e così Micol del “Giardino dei Finzi-Contini”. Poi Penny e Baby di “Il Cielo cade” e mi dimenticai un poco di Anna Frank.

Poi un giorno mio fratello si sposò con un’olandese e noi tutti volammo ad Amsterdam per il matrimonio un po’ cattolico e un poco no. Durante la gita in barca, galleggiando tra i canali ricordo che cercai, invano, di individuare, tra i tanti, il palazzo dove aveva vissuto da reclusa Anna. Come in un nido di nibbio, il mignolo a toccare il cielo, la immaginavo, ancora viva, in un bel palazzo vestito con le penne di un canarino, ora in un edificio rosa che si pavoneggiava, nell’azzurro, specchiandosi come una principessa, nell’onde…

di Benedetta de Vito

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