Continuando in un perenne percorso che mira a condividere le bellezze sul territorio, di vario genere, non è ancora stato scritto qui del Castello della Pietra, incantevole e affascinante, quasi fosse uscito da un libro di storia. E la domanda che ognuno si pone è: ma come hanno fatto a costruirlo lassù!?

Un’immagine suggestiva

Il castello può essere considerato il capolavoro dell’architettura castellana della valle e forse della Liguria. La sua collocazione, nel punto più chiuso e tetro della valle, quasi a picco sulla strada che da Isola del Cantone sale a Vobbia, ha una grande forza di suggestione paesaggistica.
Le fonti storiche relative al castello, piuttosto scarne, hanno contribuito, in un certo senso, ad alimentare l’aura di mistero che da sempre avvolge questo singolare insediamento e la particolare realtà ambientale in cui si inserisce.
Altrettanto rare sono le rappresentazioni iconografiche pervenute, tra le quali una veduta che dà sfondo all’immagine di S. Marco, affrescata nel 1750, sul lato nord dell’oratorio di Vobbia ed un disegno settecentesco di Matteo Vinzoni conservato presso l’Archivio di Stato di Genova.
I pochi elementi documentali consentono tuttavia la ricostruzione di una breve successione cronologica.
Costruito probabilmente anteriormente al 1200, fu in origine di Opizzone della Pietra, ma rimangono oscuri i motivi che spinsero gli ignoti costruttori medievali ad erigere un così magnifico esempio di architettura militare fortificata in perfetta simbiosi con la natura ed il paesaggio circostante, quasi a volerlo dominare.
I primi documenti in cui viene citato risalgono al 1252, anno in cui i marchesi di Gavi lo cedettero a Opizzone della Pietra, assieme ai feudi della Val Vobbia.
Secondo gli Annali del Caffaro, nel XIII secolo, il castello già era eretto nelle forme attuali e la sua giurisdizione travalicava il colle di san Fermo, attestandosi anche nell’Alta Val Borbera. Alla morte di Guglielmo della Pietra, la fortezza passò agli Spinola sino al 1518, anno in cui gli Adorno presero il sopravvento.
All’epoca il castello era guardato da un castellano con guardia e cinque pezzi di cannone di bronzo. Il 17 gennaio 1565 Prospero Adorno otteneva l’investitura e, dieci anni dopo, gli succedeva il fratello Gerolamo.
In seguito, il castello avrebbe perso la sua autonomia nel 1613, quando l’imperatore Mattia lo annesse al feudo Pallavicino in Val Borbera. Successivamente il maniero divenne proprietà di Botta Adorno.
Alla caduta dei Feudi Imperiali nel 1797, il castello fu bruciato ed i cinque pezzi di cannone di bronzo, di cui il castello era munito, prelevati dal vescovo di Tortona e fusi nelle campane per la chiesa di Crocefieschi. Iniziava, così, il declino del castello.
I Botta Adorno si estinsero nel 1882 ed il rudere passava ai Cusani Visconti. Il 21 maggio 1919, veniva acquistato dal G.B. Berolodo di Vobbia e , sessant’anni dopo l’acquisizione, gli eredi Beroldo, con atto del 21 maggio 1979, lo donavano al Comune di Vobbia.
Nel 1981 la Provincia di Genova stanziò i primi fondi per il restauro conservativo, teso a fermare il progressivo decadimento, togliendo le macerie e recuperando i reperti rinvenuti durante gli scavi effettuati dal Centro di Studi Storici per l’Alta Valle Scrivia.
Il restauro ha messo in luce i diversi corpi del manufatto storico, rendendo ipotizzabile la testimonianza del Vinzoni nel raffigurare il castello diviso in due corpi sul versante a sud, uno più elevato dell’altro, con i tetti a due spioventi, una torre, o parte di un muro alla fine del camminamento a ovest ed una posizione di vedetta quasi sulla sommità del torrione a nord.
Nel ricostruire criticamente la definizione di spazi interni e le componenti architettoniche annullate dal degrado, i lavori sono stati condotti con rigore filologico denunciando sempre elementi di nuova introduzione per garantire così una chiara lettura delle parti preesistenti.

L’intervento operato ha consentito una piena riappropriazione dell’organismo architettonico che, in perfetta simbiosi con la formazione rocciosa di conglomerato oligocenico, si articola in due corpi impostati a quote differenti. Si accede dall’avancorpo i cui tre piani di calpestio sono stati ripristinati introducendo, ai primitivi livelli di imposta, una struttura metallica essenziale ad elementi reticolari, e pannelli grigliati per conseguire anche un effetto di trasparenza e diffusa luminosità.
Dall’ultimo piano dell’avancorpo si passa all’ampio salone centrale a pianta quadrata e soffitto voltato. Con il rifacimento della copertura che ripropone le tecniche della tradizione costruttiva più remota, si è ricercato un arioso sottotetto raggiungibile sia dal sottostante vano centrale sia dal camminamento di ronda.
Decisamente singolare è la cisterna scavata nella viva roccia ai piedi del torrione ovest in adiacenza al salone centrale sotto il cui pavimento è presente ancora un’altra cisterna.
Si presume inoltre che il castello rientrasse nel quadro delle poligonali visive in particolar modo con il castello di Monte Reale.
Per maggiori approfondimenti, il rimando è ai seguenti siti:

Il Castello della Pietra
Parco Naturale Regionale dell’Antola

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